Soccorsi


Ogni soccorso, o diciamo una buona parte dei soccorsi, apre nella mia mente una finestrella in cui immagino una vita, quella del paziente come fosse un romanzo. Il mio lavoro mi porta a conoscere moltissimi pazienti, a volte 5 o 6 per turno. Alcuni mi sono istintivamente simpatici, con certi ho un atteggiamento un po’ paternalistico, con altri sono fredda, distaccata, professionale. Quando entro in una casa istintivamente penso…È ricco, è povero, legge molto, è depresso, non ha nessuno che si prenda cura di lui, di lei… Qualche giorno fa sono andata in una palestra per soccorrere un ragazzone muscoloso che era rimasto a terra bloccato e inerme per un trauma della colonna occorsogli mentre si allenava. Un bel ragazzo, un fisico in forma, un senso di colpa verso la sua famiglia che avrebbe dovuto prendersi cura di lui che si era così scioccamente fatto male per curare il suo corpo e la sua vanità…Se lo è detto da solo e lo ha detto a me, ma io pensavo a quanto fosse sciocco farsi male in quel modo prima di lui. Nel frattempo i miei colleghi erano su un altro scenario. Una donna ucraina di 50 anni aveva deciso di concludere la sua vita qui, a Roma saltando dal quinto piano. Era una “badante”, come tante altre donne della sua nazionalità, era qui per convivere con una vecchietta con l’alzheimer, patologia fra le più difficili fra parenti e soprattutto caregivers. Mentre ascoltavo il racconto dei miei colleghi che l’avevano soccorsa (non c’era assolutamente niente da fare) ho ripensato al mio bamboccione con la schiena dolorante, ho pensato a una donna costretta a lasciare tutto e tutti per venire a vivere in una casa spoglia,anzi spogliata di tutto (sono quasi sempre così le case dei vecchi a cui i figli amorevoli mettono vicino una badante a cui delegano tutto) con un vecchio non suo ormai incapace di comunicare, nel completo isolamento. A 5000 km da casa, figli, tutto. Il giorno dopo sul giornale, non una riga. Finito, stop, sipario. (19 maggio 2009)

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