Per J. e tutte quelle che incontro per strada ogni giorno


Ripenso al soccorso di quelche giorno fà. J. è stesa in terra, le spalle appoggiate contro l’ingresso della metro Piramide.Ha i capelli lunghi, disordinati, il trucco sfatto dalle lacrime,la bocca deformata dalle troppe punture di silicone o chissà quale altra sostanza  “cosmetica”. Addosso un cappottino di montone con gli alamari,calze autoreggenti col pizzo. I vigilantes della metro ci hanno chiamato avendola vista bere e dormire e piangere tutta la mattina, senza avere la forza di alzarsi. Ha stivaletti bianchi, una borsa piena di borchie bianca pure quella. La verità è che è una visione piuttosto anti-estetica quella che J. offre ai passanti, e per le guardie è anche una responsabilità lasciarla lì in terra, non c’è nessun senso di altruismo o pietà nel gesto di comporre il numero 118 in questo caso (e le ragioni sono quasi sempre quelle che ho detto nella maggior parte delle chiamate per le persone come J.). Lei non vuole venire in ospedale, e la legge le consente di rifiutare il nostro aiuto. Lo spiego ai buoni samaritani perplessi che ci circondano, ma  poi tento comunque di convincerla, perchè ha bevuto troppo, e in questo stato chiunque potrebbe farle del male. Ci riesco, riusciamo ad issarla sulle lunghe gambe malferme, pare una cicogna, in bilico sui tacchi. In ambulanza le apro il cappotto per prenderle la pressione: ha solo gli slip, sotto. Ha seni bellissimi, rotondi e grandi, che non posso fare a meno di notare e invidiare. Piange, quasi non si riesce a capire cosa dice, fra l’accento sudamericano e i singhiozzi. Vuole morire, la vita è cattiva, la sua mamma è lontana, in Colombia. Mi chiede: come si fa a vivere senza l’affetto della mamma ? J. è malata, e ha anche smesso di prendere la terapia anti-retrovirale per l’AIDS. Le carezzo la testa fino in ospedale e mentre aspettiamo il nostro turno per fare il triage. Ha una tinta di un rosso improbabile, in alcuni punti sembrano quasi rosa fucsia i suoi capelli..La traghetto dalla mia collega del triage

continuando a carezzarla . Anche lei è sudamericana, e questo fa si che J. sia accolta con più calore possibile. Ci lasciamo. Non sta più piangendo, almeno per ora. Buona fortuna, le dico. Buon 1 dicembre, Giornata mondiale dell’ AIDS, a te e a tutti le trans che incontriamo per strada ogni giorno.(18 dicembre 2009)

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