Meglio di notte


A. cominciò a camminare lungo l’argine del Tevere, nelle sue orecchie e nella sua mente spariva il ronzio aspro dei macchinari e cresceva piano il rumore dolce del fiume. Quella che di giorno era pista ciclabile e luogo di jogging per sportivi cittadini (lui compreso), di notte aveva un volto del tutto diverso. Sotto la sagoma del gazometro che si stagliava imponente nella luce della luna, il barcone sul fiume risuonava a festa; ragazzi col bicchiere in mano, avvolti da una nuvola di fumo, vociavano ballando tutti insieme. Dal muraglione scosceso a picco sulla riva, tre ombre sghignazzanti facevano lo scivolo (una delle pericolose mode urbane del momento) rischiando sempre più, discesa dopo discesa e considerato l’elevato tasso alcolico, di rotolare fino all’argine, e di lì nell’acqua. Sull’altra sponda i gommoni dei vigili del fuoco e dei sommozzatori vegliavano protettivi, sempre pronti ad intervenire per recuperare questi ed altri disperati. Più avanti, sotto il ponte dell’Industria (“ponte de fero”) altri fantasmi del buio dormivano pazienti (o ubriachi) sotto i cartoni, vicino ai resti del fuoco su cui avevano preparato la cena e agli immancabili tetrapak di vino da pochi centesimi ormai vuoti. Piacere, signora notte. A. riprese a camminare sempre più veloce, lasciandosi dietro Testaccio e cominciando a entrare sempre di più dentro Roma, col Porto di Ripa Grande, il ponte rotto, e finalmente l’Isola Tiberina. Fu lì che decise di salire “in superficie”, lasciando il fiume e mischiandosi alla gente per strada, a Trastevere. Fra la folla (dopotutto era solo l’una di notte) di turisti col tipico sorriso inebetito da Roma, gente normale che tornava a casa dal lavoro, ventenni per i quali la serata doveva ancora cominciare, ragazze scintillanti tutte orecchini e sorrisi che andavano a divertirsi fra amiche; si ritrovò a pensare che sembrava giorno, ma i contorni di ogni viso e figura sembravano molto più marcati di come avrebbero potuto apparire in piena luce. Un cane spelacchiato bianco sporco e nero avanzava deciso verso ponte Garibaldi, mentre lui si avviava tra la gente in direzione di Piazza Sonnino. L’uomo sul marciapiedi è zuppo di sangue, che gli cola dal sopracciglio e dal naso, si distingue a malapena il bianco degli occhi e dei denti. Per terra un tappeto di cocci e vetri, su un muretto vicino una lunga fila di bottiglie di birra.

M. l’infermiera  dell’ambulanza del 118 stava tamponando il viso dell’uomo con l’acqua ossigenata, cercando di pulirlo e di arrestare il sangue, sorridendo paziente. Dalle 21 era cominciato il suo turno in ambulanza, l’ennesima notte appiccicosa d’estate, quando Roma sembra più sveglia che a mezzogiorno. Un ininterrotto andirivieni con le sirene spiegate, il tossico, l’infartuato, il depresso, la vecchietta con l’asma, la lite familiare, quelli che si mettono a fare lo scivolo giù dai muraglioni scoscesi sul Tevere e quando poi finiscono in acqua vengono scambiati per aspiranti suicidi.  A M. piaceva fare quel mestiere che lei stessa definiva “l’infermiera di strada”, non c’era camera operatoria o terapia intensiva che le parlava della vita più di quel lavoro in ambulanza. Da quando per svolgere il suo lavoro era diventato necessario laurearsi, la professione aveva preso una deriva molto tecnica e iperspecialistica, ma per strada serviva qualcos’ altro: qui bisognava sporcarsi le mani, saper guardare in faccia le persone, ogni tipo di persona, anche quelli che, per usare un eufemismo, ti sono piuttosto ostili, e bisognava sapergli parlare, cosa davvero difficile da imparare sui libri. La notte poi dava a tutto una dimensione ancora più allucinata: a M. sembrava di vegliare sulla città, di poter proteggere tutta quell’ umanità che nel buio sembrava soffrisse di più, bevesse di più, litigasse di più, facesse ancora più incidenti stradali, si picchiasse di più. A casa si lamentava retoricamente delle notti stancanti, dei carichi di lavoro crescenti e dei mille rischi del lavoro (come qualsiasi altro suo collega “di strada” aveva rischiato più volte botte, contagi, malanni da freddo, caldo, pioggia), ma lo faceva più che altro per tranquillizzare familiari e amici (“Eh sì, purtroppo devo fare la notte, che volete.. almeno si guadagna un po’ di più..”) e dargli ad intendere che non avesse alcuna vocazione per il lavoro notturno, invece…

Intorno, curiosi d’ogni tipo, l’ambulanza aperta, la macchina della volante con la radio che gracchia. L’agente della Polizia di Stato S. assisteva al soccorso con il blocco degli interventi in mano. Da quando aveva lasciato la rassicurante provincia di Bergamo  per venire a lavorare a Roma la sua vita era cambiata. Al suo paese passava i suoi turni in caserma a raccogliere denuncie di furti d’auto, proteste di commercianti intolleranti all’accampamento di Rom vicino casa, e lamentele (“è un schifo!”) di vecchiette per un giro di prostitute dell’est che aveva preso piede da quando avevano completato la superstrada che lambiva il paese. Lui il poliziotto l’aveva voluto fare da sempre, e si avviliva di giorno in giorno sempre di più. S. era cresciuto a pane e romanzi dell’ 87° distretto, sognava la carriera investigativa nel suo lavoro ed era per questo motivo che era venuto a Roma, unico emigrante direzione nord-sud fra i suoi colleghi. Ora si ritrovava a combattere notte e giorno sulle volanti fronteggiando le situazioni più disparate, le vite a perdere dei tossici a Stazione Termini, i piccoli ladri d’appartamento che si arrampicavano come scimmie sulle facciate dei palazzi, coatti romani che sembravano usciti dai film di Pasolini, idioti che rotolavano volontariamente giù nel Tevere e bisognava andare a “salvare”. Si sentiva comunque sempre ben lungi dal raggiungere quel ruolo da poliziotto dei telefilm americani che sperava la grande città gli offrisse. Non disperava, si stava facendo le ossa, e aveva anche ripreso a dare gli esami a Giurisprudenza, certo lavorava quasi sempre di notte per poter seguire qualche lezione all’università, ma la cosa neanche gli dispiaceva. Roma di notte non aveva niente a che vedere con la noiosa e all’apparenza perfettina provincia bergamasca, con la quale, dopotutto, neanche lui aveva molto a che spartire. Si avvicinò per vedere meglio cosa succedeva..

L’uomo ha evidentemente bevuto, il suo alito puzza di alcol, ma è tranquillo, si fa pulire senza protestare. No, Signorina, non può andare al Pronto Soccorso con l’ambulanza, come potrebbe andarci avendo perso il suo cane nella confusione dell’aggressione di poco prima? Chi è stato ad aggredirlo, Signor Agente? No, proprio non sa dirlo.. E’ davvero preoccupato per il cane, risoluto nel rifiutare di ricoverarsi, senza il cane non si muove.

L’autista dell’ambulanza si fa avanti e come se fosse la cosa più normale da fare chiede: “Va beh, ma ‘sto cane come se chiama? Com’è fatto?”. “

Pacha – risponde – si chiama Pacha, è bianco e nero”.

A. si volta verso Ponte Garibaldi e comincia a chiamare il cane. La piccola folla si sposta e si sporge per avvistare il cane finalmente identificato, poi qualcun’altro chiama ancora “Pacha! Pacha!”. E’ un’eco di voci diverse che risuona a Trastevere. Ed eccolo finalmente arrivare scodinzolando, Pacha: P. il suo padrone quasi piange dalla gioia. No, non può venire in ospedale…tanto meno in caserma per la denuncia. Come potrebbe ora che Pacha è tornato? Lui è un artista di strada, fa il madonnaro, disegna e colora con i gessetti colorati quadri famosi sull’asfalto. Pacha è con lui, stanno a posto ora che il cane è tornato, e grazie a tutti per l’aiuto. La piccola folla intorno, il microcosmo di strada che si è formato intorno a P. e a Pacha comincia a sciogliersi. Il telefono dell’infermiera M. squilla: “Si centrale, qui la 443 ha finito a Piazza Sonnino. Mi dai un tentato suicidio? Ponte dell’industria? Ok, ricevuto ore 2.30, codice giallo, ci muoviamo”. La radio della volante ricomincia a gracchiare: “Ponte dell’Industria.. persona in acqua, Ok centrale, andiamo noi”.

A. vede partire tutti, le sirene dei due mezzi di soccorso accese. Lancia un’ultima occhiata a Pacha felice col suo padrone e decide: si gira, scende le scalette per la banchina del fiume, volta le spalle a Ponte Garibaldi e s’incammina a passo deciso, quasi di corsa, verso Ponte dell’industria.

(12 gennaio 2010)

La storia del cane Pacha e del soccorso al suo padrone è veramente accaduta una notte d’estate a Piazza Sonnino. I tipi che si lasciavano rotolare giù lungo i muraglioni sulle rive del Tevere credo di averli sognati dopo aver ascoltato il racconto di un soccorso per tentato suicidio dal mio collega Stefano C.

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