Vaccini, omopatia e gattini


Gattini, gattini, gattini


Dopo estenuanti scambi su Facebook sul tema Vaccini, è capitata questa terribile disgrazia: un bambino di 7 anni morto probabilmente perché curato con soli farmaci omeopatici e non portato in ospedale per tempo. Ancora una volta su Facebook impazzano le polarizzazioni: omeopatia sì/omeopatia no. Una mia amica scrive: quelli che si curano con l’omeopatia non conoscono la malattia e l’ospedale, forse non hanno mai avuto neanche la cistite.Curala un po’ la cistite con l’omeopatia e poi vedi. Leggendola ho pensarti alla cistite e di riflesso al cramberry, una cura naturale per la cistite. L’esempio della cistite è importante. Mi spiego. La cistite si cura con l’antibiotico, ma anche con il cramberry (succo di mirtillo rosso). Cosa ti hanno combinato i ricercatori nemici di big pharma? Hanno sottoposto la cura col cramberry agli studi tradizionali, dimostrando con un metodo scientifico che antibiotici e cramberry funzionano tutti e due. Se usassero tutti lo stesso metodo (lo stesso “linguaggio” e metodo di validazione delle sostanze/farmaci) nessuno potrebbe dire: ciarlatani! E voi? Servi di big pharma! In questo modo si toglierebbe quest’aura di magia intorno alle cure alternative e anche un po’ di senso di colpa a me madre che ho riempito per Anni mio figlio di cortisone e Antibiotici ma sempre in cuor mio pensando che era troppo. E mi ci facevano sentire pure i genitori “omeopatia pura” in colpa. Dobbiamo capire da queste storie di vaccini e da questo episodio brutto che siamo tutti a disagio. Abbiamo avuto genitori o amici e fratelli che si spegnevano chemio dopo chemio e abbiamo pensato ma siamo sicuri che non sia stata ancora trovata un’alternativa più mirata, che non uccida anche così tante cellule sane? Chi vaccina non è per forza vestale della medicina che spara, chi non vuole vaccinare forse dà cortisone e antibiotici al figlio al primo colpo di tosse. Secondo me non ci sono partigiani, ma solo persone che vorrebbero tutti una medicina un po’ diversa, da tutte e due le parti.

La mamma del cretino è sempre incinta, e purtroppo ha vaccinato i suoi bambini


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Quel che rimane della vaccinazione anti vaiolosa sul mio braccio (lentiggini, come sempre)

Il vaiolo, ne rimangono solo fotografie 

Opistotono: la tossina tetanica provoca spasmi muscolari di forza inaudita. Esiste ancora, anche in Italia 

…Che poi qualunque vaccino è geniale. Significa iniettare virus/batteri/tossine attenuati o morti che non sono abbastanza nocivi per farci ammalare ma lo sono abbastanza per scatenare in noi una reazione tale che la memoria immunitaria di cui siamo per fortuna dotati al successivo contatto si scatenerà contro il “nemico”. Non c’è niente di più naturale dei vaccini, perché mimano quello che l’organismo fa tutti i giorni, continuamente e che ci permette di combattere il nostro successivo incontro con le malattie. Non è un farmaco il vaccino. È una riproduzione dei normali meccanismi immunitari, solo che ci permette di crearci un’immunità contro malattie troppo pericolose per rischiare un primo contatto da non immuni.

Molti di quelli che farneticano oggi avrebbero dovuto incontrare il vaiolo o il tetano qualche anno fa, ma la loro mamma purtroppo li ha vaccinati.

La merda, le lacrime, l’alba


Quanto è eroico il nostro lavoro, ce lo dicono tutti. Davvero salvate le vite, fate ripartire il cuore, interrompete l’emorragia che porterebbe in pochi minuti alla morte? Esatto. E ci sporchiamo di merda, ma non lo diciamo, suona peggio. A volte ho pensato che se solo avessi detto a mio marito o a un mio amante che cosa aveva portato via l’acqua della doccia prima di abbracciarlo, forse quel l’abbraccio, quei baci sarebbero stati meno convinti, più cauti. Siamo tutt’uno col paziente, merda, lacrime e sangue. 

In notti che sembrano non finire mai, con i soccorsi interrotti solo da pochi minuti di sonno senza toglierci neanche le scarpe, condividiamo i momenti più difficili di un uomo, ed è vero che l’importante è uscirne vivi, ma quanta tristezza e umiliazione, e non solo paura di morire, c’è nella lacrima che riga la guancia di un uomo di 90 anni in salvo in ospedale dopo essere stato inerme nella propria merda? Quando i suoi familiari stessi sono paralizzati dal cattivo odore e dallo sporco ho sempre provato un grande orgoglio nel ridare pulito e dignità oltre che vita. Quello che forse era un professore o un dirigente temuto, quello splendore di ragazza fuori da una discoteca all’ Ostiense, bella da concorso di bellezza con i vestiti da aperitivo e i capelli di seta imbrattati di diarrea, uno sbaffo marrone sulla guancia sotto il rimmel disciolto dalle lacrime di rabbia. 

Stamani a questo pensavo mentre rientravo in postazione   dopo il soccorso all’alba, mi ci ha fatto pensare il barelliere quando mi ha ricordato un altro soccorso “marrone” in cui eravamo insieme. All’orizzonte mentre sui ruderi dell’Appia antica il cielo si faceva rosa e la luna calava, dalla radio in macchina ci avvolgeva Save a prayer to the morning after (ma come fa la radio a sapere?), una lacrima mi rigava la guancia e il mio rimmel si scioglieva come quello della mia dottoressa che cantava pure lei. Buonanotte e buongiorno a noi e ai nostri pazienti, compagni di merda e lacrime. Vado a dormire.

Il dito e la luna in pronto soccorso 


Morire di cancro in pronto soccorso (ANSA)

Il padre di un giornalista, il Signor Cairoli ha passato le sue ultime 56 ore di vita nella bolgia infernale dei Codici Verdi del Dea del San Camillo; il figlio scrive alla ministra Lorenzin una lettera in cui denuncia l’inadeguatezza e lo squallore che ha condiviso col padre in mezzo alle barelle parcheggiate in ps, fra personale distratto, totale mancanza di privacy e pazienti di ogni specie.

Il pronto soccorso non è un posto per i malati di cancro terminali, e neanche per i malati di cancro in qualsiasi fase della malattia essi si trovino. Se durante (e a causa de) i trattamenti i pazienti sono spesso immunodepressi e quindi certamente da proteggere dalla folla del pronto soccorso, in fase terminale il bisogno di cure palliative cozza completamente con il concetto di emergenza che dovrebbe essere proprio di questo reparto.

L’indignazione a fronte della lettera accorata del figlio è il sentimento che tutti proviamo, da persone che hanno o hanno avuto persone care malate, da infermieri e medici che combattono ogni giorno, da italiani che vedono sprofondare la seconda migliore sanità del mondo nel baratro delle classifiche internazionali, da ministro della salute che…no.

Mi sento di dire che la ministra non può permettersi in alcun modo l’indignazione e anzi forse un po’ malignamente mi sento di asserire che strumentalizzare questa lettera le fa anche gioco per scaricare colpe, sull’ospedale, sugli operatori, magari anche per allontanare il ricordo delle ultime maldestre mosse del suo dicastero (leggi: la pessima campagna #fertilityday).

La ministra non può indignarsi perché la situazione disperata in cui si lavora al pronto soccorso del San Camillo riempie da anni le cronache dei giornali di questa città e lei stessa la conosce bene. Gli operatori che hanno denunciato l’impossibilità di lavorare con mezzi tanto scarsi a fronte di flussi di pazienti enormi, che hanno lavorato a volte sui materassini stesi in terra sono stati, nella migliore delle ipotesi ignorati, nella peggiore tacciati di aver fatto foto, diciamo, “caricate” per attirare l’attenzione.

L’attenzione della ministra ai pronto soccorso di questo paese è sempre proporzionale alla  spendibilità politica dei suoi inutili blitz. Lasci l’indignazione a noi tutti, figli, lavoratori, italiani.

Ps: Cambiando il nome dell’ospedale il prodotto non cambia, ci sono eroi nelle corsie di ogni ospedale, conoscerete sempre solo un centesimo degli sforzi che tutti i giorni tutti noi compiamo per dare dignità e valore agli ultimi respiri di un uomo, e spesso questo centesimo sembrerà dimostrare proprio  il contrario.

Con le mani


IMG_5450.JPG La cronaca dovrebbe impormi di parlare di Ebola. Io ho avuto un pomeriggio difficile al lavoro e vorrei parlare di carezze, invece. Non proprio invece, perché c’entra pure Ebola, sì. C’entra perché vedere le foto dei miei colleghi bardati per assistere i pazienti mi ha ricordato il breve periodo passato in terapia intensiva post trapianto del midollo dove, seppur lievemente meno “vestita” lavoravo più o meno conciata a quel modo. Nulla di paragonabile alla grande fatica fisica e mentale che devono affrontare i miei colleghi: io lavoravo in un reparto a temperatura controllata e i miei errori nella vestizione o nel lavaggio delle mani li potevano pagare solo i pazienti, i miei colleghi che assistono i malati di Ebola in Africa occidentale lavorano anche a 55 C° nello scafandro, con poca acqua corrente e gli errori li pagano ammalandosi e spesso morendo. Eppure mi sono ricordata di quando bardata dai piedi fino a sopra i capelli non riuscivo a rompere quel filtro che permette ad un infermiere di avvicinarsi davvero al paziente e di curare anche solo con lo sguardo o le mani.
In ambulanza, nell’emergenza in genere le mani devono essere pronte, abili, a volte forti. Bisogna afferrare i pazienti per estrarli dalle auto dopo gli incidenti, bisogna massaggiare i cuori che si fermano possibilmente senza rompere le costole, bisogna infilare aghi mentre gli ammortizzatori dell’ambulanza e i sanpietrini di Roma ti sono contro (tre su tre al primo tentativo, e in corsa, ieri, brava, grazie, lo so). Carezzare i pazienti in emergenza sembra l’ultima delle necessità e di questi tempi anche il primo dei rischi, e poi dai, in quella manciata di minuti che stai col paziente che pensi di fare con le carezze? Tralasciando i bambini, la cui necessità di essere carezzati arriva ad essere vitale (i bambini non toccati muoiono, anche se nutriti e accuditi), io devo rassicurare i miei pazienti e consolarli, lo devo fare in pochissimo tempo, lo devo fare con gli occhi, con le parole, ma lo faccio soprattutto con le mani.
Ieri un vecchietto ha passato il viaggio in ambulanza a sorridermi, mi ha detto parole bellissime, non posso dimenticare i suoi occhietti che mi fissavano mentre mi cercava la mano, accarezzare la sua testa ha fatto bene pure a me.
Non avrei potuto fare a meno di accarezzare il sanguinante paziente successivo, che mi ha detto guardandomi fisso “io muoio”, gli ho detto no, non ora, non con me, stai già meglio. Sapevo che aveva ragione ma a volte si deve mentire e cullare. Ho mentito e cullato mia madre mentre moriva 6 anni fa oggi. Non ho chiamato il medico. Ho preferito accompagnarla per sempre. Con le mani.