12 maggio: infermiera ci sei (e ci sarai per sempre)


International nurses day: è la festa internazionale delle infermiere!

Ho cominciato tardi questo mestiere, avevo già 30 anni, un figlio, un lavoro diverso. Non tornerei indietro mai.

Neanche nelle giornate più cupe, quando sei frustrata perché i soccorsi sono tanti, o sbagliati e hai fame o devi fare pipì, o vanno a finire male pure se hai dato tutto (oggi). 

Quando devi aiutare qualcuno sotto la pioggia, o in mezzo si rifiuti, o alle 4 di notte quando vorresti solo dormire. 

Quando prendi lo stipendio e capisci che quello che ci metti nel lavoro dovrebbe essere valutato diversamente e di più perché tratta di vite e non di merci, ma sai che non succederà. 

Quando ti accorgi che nessuno fra i tuoi amici ha visto nella vita la quantità di morti che hai visto tu in una settimana, ma non ne puoi parlare con nessuno se no sei pesante, o quando ti viene da piangere perché vedi l’amore fra le persone che quando ci sta di mezzo la salute sembra ancora più forte e ti commuovi.

Quando nasce un bambino o muore una persona a cui voleva bene un quartiere intero, tutti in strada increduli, le grida ripetute come un’eco, il sangue per terra.

Non tornerei mai indietro, anche perché non si può.

Infermiera ci sei, e ci sarai per sempre, anche quando sarai vecchia e smetterai di lavorare, anche quando sei in vacanza, quando parli a tuo figlio. 

Posso smettere di fare l’infermiera, ma sarò in infermiera per sempre.

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La merda, le lacrime, l’alba


Quanto è eroico il nostro lavoro, ce lo dicono tutti. Davvero salvate le vite, fate ripartire il cuore, interrompete l’emorragia che porterebbe in pochi minuti alla morte? Esatto. E ci sporchiamo di merda, ma non lo diciamo, suona peggio. A volte ho pensato che se solo avessi detto a mio marito o a un mio amante che cosa aveva portato via l’acqua della doccia prima di abbracciarlo, forse quel l’abbraccio, quei baci sarebbero stati meno convinti, più cauti. Siamo tutt’uno col paziente, merda, lacrime e sangue. 

In notti che sembrano non finire mai, con i soccorsi interrotti solo da pochi minuti di sonno senza toglierci neanche le scarpe, condividiamo i momenti più difficili di un uomo, ed è vero che l’importante è uscirne vivi, ma quanta tristezza e umiliazione, e non solo paura di morire, c’è nella lacrima che riga la guancia di un uomo di 90 anni in salvo in ospedale dopo essere stato inerme nella propria merda? Quando i suoi familiari stessi sono paralizzati dal cattivo odore e dallo sporco ho sempre provato un grande orgoglio nel ridare pulito e dignità oltre che vita. Quello che forse era un professore o un dirigente temuto, quello splendore di ragazza fuori da una discoteca all’ Ostiense, bella da concorso di bellezza con i vestiti da aperitivo e i capelli di seta imbrattati di diarrea, uno sbaffo marrone sulla guancia sotto il rimmel disciolto dalle lacrime di rabbia. 

Stamani a questo pensavo mentre rientravo in postazione   dopo il soccorso all’alba, mi ci ha fatto pensare il barelliere quando mi ha ricordato un altro soccorso “marrone” in cui eravamo insieme. All’orizzonte mentre sui ruderi dell’Appia antica il cielo si faceva rosa e la luna calava, dalla radio in macchina ci avvolgeva Save a prayer to the morning after (ma come fa la radio a sapere?), una lacrima mi rigava la guancia e il mio rimmel si scioglieva come quello della mia dottoressa che cantava pure lei. Buonanotte e buongiorno a noi e ai nostri pazienti, compagni di merda e lacrime. Vado a dormire.

Il dito e la luna in pronto soccorso 


Morire di cancro in pronto soccorso (ANSA)

Il padre di un giornalista, il Signor Cairoli ha passato le sue ultime 56 ore di vita nella bolgia infernale dei Codici Verdi del Dea del San Camillo; il figlio scrive alla ministra Lorenzin una lettera in cui denuncia l’inadeguatezza e lo squallore che ha condiviso col padre in mezzo alle barelle parcheggiate in ps, fra personale distratto, totale mancanza di privacy e pazienti di ogni specie.

Il pronto soccorso non è un posto per i malati di cancro terminali, e neanche per i malati di cancro in qualsiasi fase della malattia essi si trovino. Se durante (e a causa de) i trattamenti i pazienti sono spesso immunodepressi e quindi certamente da proteggere dalla folla del pronto soccorso, in fase terminale il bisogno di cure palliative cozza completamente con il concetto di emergenza che dovrebbe essere proprio di questo reparto.

L’indignazione a fronte della lettera accorata del figlio è il sentimento che tutti proviamo, da persone che hanno o hanno avuto persone care malate, da infermieri e medici che combattono ogni giorno, da italiani che vedono sprofondare la seconda migliore sanità del mondo nel baratro delle classifiche internazionali, da ministro della salute che…no.

Mi sento di dire che la ministra non può permettersi in alcun modo l’indignazione e anzi forse un po’ malignamente mi sento di asserire che strumentalizzare questa lettera le fa anche gioco per scaricare colpe, sull’ospedale, sugli operatori, magari anche per allontanare il ricordo delle ultime maldestre mosse del suo dicastero (leggi: la pessima campagna #fertilityday).

La ministra non può indignarsi perché la situazione disperata in cui si lavora al pronto soccorso del San Camillo riempie da anni le cronache dei giornali di questa città e lei stessa la conosce bene. Gli operatori che hanno denunciato l’impossibilità di lavorare con mezzi tanto scarsi a fronte di flussi di pazienti enormi, che hanno lavorato a volte sui materassini stesi in terra sono stati, nella migliore delle ipotesi ignorati, nella peggiore tacciati di aver fatto foto, diciamo, “caricate” per attirare l’attenzione.

L’attenzione della ministra ai pronto soccorso di questo paese è sempre proporzionale alla  spendibilità politica dei suoi inutili blitz. Lasci l’indignazione a noi tutti, figli, lavoratori, italiani.

Ps: Cambiando il nome dell’ospedale il prodotto non cambia, ci sono eroi nelle corsie di ogni ospedale, conoscerete sempre solo un centesimo degli sforzi che tutti i giorni tutti noi compiamo per dare dignità e valore agli ultimi respiri di un uomo, e spesso questo centesimo sembrerà dimostrare proprio  il contrario.

  Benvenuto David, figlio del mondo!


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Benvenuto piccolino,  è tanto che non scrivo e tanto avrei avuto da dire, ma non ho detto, in questo 2015 di rivoluzione per questa infermiera di strada. Ne parlerò ma non ora, oggi ci sei tu.

Sei nato in mezzo al fango e al buio nell’ ippodromo dismesso di Tor di Valle, sottotevere, in mezzo al nulla, alle 4 di notte e hai fatto tutto da solo.

Per te si sono mossi i viglilantes dell’ippodromo, i vigili urbani, i carabinieri, la polizia, due ambulanze, la mia automedica.

Per te si sono impantanate un’ambulanza e una macchina della polizia, ah sì! Per te sono arrivati quando ancora era buio anche due carro attrezzi.

Scrivo di te e ti mostro al mondo, col permesso della tua giovane mamma per molti motivi.

Perché ieri un amico ci raccontava di quanto sia difficile non vacillare di fronte alle continue notizie di morte e terrore che arrivano da ogni parte del mondo. Non vacillare Andrea! È nato David!

Perché in questi giorni ci tocca combattere contro l’ipocrisia che vuole un’Italia medioevale, in cui si vorrebbe distinguere tra amore e amore, fra famiglia e famiglia. C’è un solo amore e ci sono tante famiglie di tutti i sessi e di tutti i colori. È nato David!

Perché quando nel mio lavoro ci troviamo a cercare di aiutare a vivere pazienti come te la notte non stanca più, tutti lavorano meglio di sempre, insieme, nel fango e poi in ospedale, noi ci siamo per la vita! Di tutti. Ovunque.

Perché è festeggiare col caffè e i cornetti caldi e condividere nel freddo questo meritato risultato, che sei tu, che è la tua mamma commossa, che è la gioia di un lavoro ritrovato che mi fa ancora piangere e ancora ridere, come sempre.

Ps: a un certo punto ho soffiato su di te un po’ di alito caldo per non farti raffreddare in questa gelida notte. Un po’ bue, un po’ asinello, non so, non sono credente,io. Ma va bene così. Benvenuto!

Con le mani


IMG_5450.JPG La cronaca dovrebbe impormi di parlare di Ebola. Io ho avuto un pomeriggio difficile al lavoro e vorrei parlare di carezze, invece. Non proprio invece, perché c’entra pure Ebola, sì. C’entra perché vedere le foto dei miei colleghi bardati per assistere i pazienti mi ha ricordato il breve periodo passato in terapia intensiva post trapianto del midollo dove, seppur lievemente meno “vestita” lavoravo più o meno conciata a quel modo. Nulla di paragonabile alla grande fatica fisica e mentale che devono affrontare i miei colleghi: io lavoravo in un reparto a temperatura controllata e i miei errori nella vestizione o nel lavaggio delle mani li potevano pagare solo i pazienti, i miei colleghi che assistono i malati di Ebola in Africa occidentale lavorano anche a 55 C° nello scafandro, con poca acqua corrente e gli errori li pagano ammalandosi e spesso morendo. Eppure mi sono ricordata di quando bardata dai piedi fino a sopra i capelli non riuscivo a rompere quel filtro che permette ad un infermiere di avvicinarsi davvero al paziente e di curare anche solo con lo sguardo o le mani.
In ambulanza, nell’emergenza in genere le mani devono essere pronte, abili, a volte forti. Bisogna afferrare i pazienti per estrarli dalle auto dopo gli incidenti, bisogna massaggiare i cuori che si fermano possibilmente senza rompere le costole, bisogna infilare aghi mentre gli ammortizzatori dell’ambulanza e i sanpietrini di Roma ti sono contro (tre su tre al primo tentativo, e in corsa, ieri, brava, grazie, lo so). Carezzare i pazienti in emergenza sembra l’ultima delle necessità e di questi tempi anche il primo dei rischi, e poi dai, in quella manciata di minuti che stai col paziente che pensi di fare con le carezze? Tralasciando i bambini, la cui necessità di essere carezzati arriva ad essere vitale (i bambini non toccati muoiono, anche se nutriti e accuditi), io devo rassicurare i miei pazienti e consolarli, lo devo fare in pochissimo tempo, lo devo fare con gli occhi, con le parole, ma lo faccio soprattutto con le mani.
Ieri un vecchietto ha passato il viaggio in ambulanza a sorridermi, mi ha detto parole bellissime, non posso dimenticare i suoi occhietti che mi fissavano mentre mi cercava la mano, accarezzare la sua testa ha fatto bene pure a me.
Non avrei potuto fare a meno di accarezzare il sanguinante paziente successivo, che mi ha detto guardandomi fisso “io muoio”, gli ho detto no, non ora, non con me, stai già meglio. Sapevo che aveva ragione ma a volte si deve mentire e cullare. Ho mentito e cullato mia madre mentre moriva 6 anni fa oggi. Non ho chiamato il medico. Ho preferito accompagnarla per sempre. Con le mani.