Pelle di serpente, pelle di paziente


Ogni volta che mi trovo davanti ad un suicida nel mio cervello si crea un piccolo spazio accogliente per i particolari di ciò che vedo. Accogliente vuol dire largo abbastanza da ricordare per sempre il suo corpo, la sua pelle, la scena intorno a lui, la lettera che inevitabilmente ha lasciato per chiedere scusa a qualcuno che amava e che amava lui. Noi, i carabinieri, la polizia, che camminiamo in tondo intorno a lui cercando uno scopo, una cosa da fare quando non si può più. Questi pazienti non riesco a lasciarli lì dove li trovo perché nel crearsi questo piccolo spazio sono irruenti, fanno male, come se mi lacerassero per reclamare il loro posto. A loro modo ognuno di loro potrei essere io. E questa non è una considerazione su di me.

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