Vorrei non parlare di suicidio 



Io non so davvero come fate a parlare tutti della storia del ragazzino suicida di Lavagna. E prima del ragazzo friulano. Voi non immaginate che pericolo fate correre a chi è a rischio suicidario. Il suicidio è a fortissimo rischio emulazione (effetto Werther, studiato, accertato fin da quando uscì il libro di Goethe, che i giovani innamorati suicidi facevano trovare vicino al proprio corpo, da cui il nome). In paesi più civili del nostro la stampa, i giornalisti in genere quando pubblicano di un suicidio sono tenuti a pubblicare contestualmente una notizia positiva (anche il riuscire a venir fuori da una crisi è qualcosa che tendiamo ad emulare, l’effetto si chiama Papageno e viene dal nome di un personaggio del Flauto Magico) e a non indulgere in particolari come il metodo utilizzato per morire. Al mondo ogni 40 secondi una persona muore di suicidio, e per ognuna di queste persone ce ne sono 20 che tentano di farlo. 800.000 morti l’anno. Seconda causa di morte dopo i traumi accidentali nella fascia di età 15-29. Smettetela, smettiamola. Pensateci. Leggete i dati sulla pagina sul suicidio dell’Oms, informatevi di quale fenomeno enorme è questo. Per favore. Ps: ogni volta che intervengo in un caso di suicidio o tentato suicidio vorrei scrivere, e ogni volta rimando, ma nella mia testa e nei miei occhi ho le facce, i brandelli di storie, i biglietti, le case di tutti questi pazienti che sono loro, ma sarei potuta essere io, chiunque di noi. È difficile. Ci vuole pudore.

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