Piccola storia ignobile della domenica notte

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Repost per #nonunadimeno #25novembre, anche se in strada incontro la violenza di genere non solo quando trovo una donna picchiata.

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Piccolo imbecille che alzi le mani,
Misero come la miseria quando le sbatti la faccia contro la ringhiera delle scale di ferro.
Inutile impotente che usi le ginocchia sulla schiena di lei, e i calci sulla pancia dove c’è tuo figlio.
Non lo saprai mai che c’era tuo figlio lì dentro, ed è giusto così.
Inutile fare altre vittime.
(A tutte le M. cui la pochezza violenta del proprio uomo fa decidere di abortire. Ci sarà certamente qualche saccente per la vita che vi giudicherà per questo. Siete più violenti di chi maltratta, meritate lo stesso ribrezzo)

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La merda, le lacrime, l’alba


Quanto è eroico il nostro lavoro, ce lo dicono tutti. Davvero salvate le vite, fate ripartire il cuore, interrompete l’emorragia che porterebbe in pochi minuti alla morte? Esatto. E ci sporchiamo di merda, ma non lo diciamo, suona peggio. A volte ho pensato che se solo avessi detto a mio marito o a un mio amante che cosa aveva portato via l’acqua della doccia prima di abbracciarlo, forse quel l’abbraccio, quei baci sarebbero stati meno convinti, più cauti. Siamo tutt’uno col paziente, merda, lacrime e sangue. 

In notti che sembrano non finire mai, con i soccorsi interrotti solo da pochi minuti di sonno senza toglierci neanche le scarpe, condividiamo i momenti più difficili di un uomo, ed è vero che l’importante è uscirne vivi, ma quanta tristezza e umiliazione, e non solo paura di morire, c’è nella lacrima che riga la guancia di un uomo di 90 anni in salvo in ospedale dopo essere stato inerme nella propria merda? Quando i suoi familiari stessi sono paralizzati dal cattivo odore e dallo sporco ho sempre provato un grande orgoglio nel ridare pulito e dignità oltre che vita. Quello che forse era un professore o un dirigente temuto, quello splendore di ragazza fuori da una discoteca all’ Ostiense, bella da concorso di bellezza con i vestiti da aperitivo e i capelli di seta imbrattati di diarrea, uno sbaffo marrone sulla guancia sotto il rimmel disciolto dalle lacrime di rabbia. 

Stamani a questo pensavo mentre rientravo in postazione   dopo il soccorso all’alba, mi ci ha fatto pensare il barelliere quando mi ha ricordato un altro soccorso “marrone” in cui eravamo insieme. All’orizzonte mentre sui ruderi dell’Appia antica il cielo si faceva rosa e la luna calava, dalla radio in macchina ci avvolgeva Save a prayer to the morning after (ma come fa la radio a sapere?), una lacrima mi rigava la guancia e il mio rimmel si scioglieva come quello della mia dottoressa che cantava pure lei. Buonanotte e buongiorno a noi e ai nostri pazienti, compagni di merda e lacrime. Vado a dormire.

Il dito e la luna in pronto soccorso 


Morire di cancro in pronto soccorso (ANSA)

Il padre di un giornalista, il Signor Cairoli ha passato le sue ultime 56 ore di vita nella bolgia infernale dei Codici Verdi del Dea del San Camillo; il figlio scrive alla ministra Lorenzin una lettera in cui denuncia l’inadeguatezza e lo squallore che ha condiviso col padre in mezzo alle barelle parcheggiate in ps, fra personale distratto, totale mancanza di privacy e pazienti di ogni specie.

Il pronto soccorso non è un posto per i malati di cancro terminali, e neanche per i malati di cancro in qualsiasi fase della malattia essi si trovino. Se durante (e a causa de) i trattamenti i pazienti sono spesso immunodepressi e quindi certamente da proteggere dalla folla del pronto soccorso, in fase terminale il bisogno di cure palliative cozza completamente con il concetto di emergenza che dovrebbe essere proprio di questo reparto.

L’indignazione a fronte della lettera accorata del figlio è il sentimento che tutti proviamo, da persone che hanno o hanno avuto persone care malate, da infermieri e medici che combattono ogni giorno, da italiani che vedono sprofondare la seconda migliore sanità del mondo nel baratro delle classifiche internazionali, da ministro della salute che…no.

Mi sento di dire che la ministra non può permettersi in alcun modo l’indignazione e anzi forse un po’ malignamente mi sento di asserire che strumentalizzare questa lettera le fa anche gioco per scaricare colpe, sull’ospedale, sugli operatori, magari anche per allontanare il ricordo delle ultime maldestre mosse del suo dicastero (leggi: la pessima campagna #fertilityday).

La ministra non può indignarsi perché la situazione disperata in cui si lavora al pronto soccorso del San Camillo riempie da anni le cronache dei giornali di questa città e lei stessa la conosce bene. Gli operatori che hanno denunciato l’impossibilità di lavorare con mezzi tanto scarsi a fronte di flussi di pazienti enormi, che hanno lavorato a volte sui materassini stesi in terra sono stati, nella migliore delle ipotesi ignorati, nella peggiore tacciati di aver fatto foto, diciamo, “caricate” per attirare l’attenzione.

L’attenzione della ministra ai pronto soccorso di questo paese è sempre proporzionale alla  spendibilità politica dei suoi inutili blitz. Lasci l’indignazione a noi tutti, figli, lavoratori, italiani.

Ps: Cambiando il nome dell’ospedale il prodotto non cambia, ci sono eroi nelle corsie di ogni ospedale, conoscerete sempre solo un centesimo degli sforzi che tutti i giorni tutti noi compiamo per dare dignità e valore agli ultimi respiri di un uomo, e spesso questo centesimo sembrerà dimostrare proprio  il contrario.

Pensieri di una soccorritrice inutile


Mentre il 24 agosto la terra tremava solo a pochi chilometri da quella dei miei nonni e mia, mi trovavo a Roma e facevo la notte. Quella successiva la passavo sotto una tenda alla periferia di Amatrice, condividendo con la sua gente almeno il freddo (già pungente ad agosto, 5° C) e qualche brutta scossa di assestamento. Non c’era già quasi più niente da fare per noi soccorritori, i feriti erano stati portati via nelle primissime ore, e come mi diceva un vigile del fuoco arrivato da Pisa, molto difficilmente ce ne sarebbero stati altri da soccorrere, con quel tipo di pietra friabile. Aveva ragione, purtroppo. Sulle strade in parte squarciate da crepe profonde solo ruspe e vigili del fuoco, unità cinofile, militari, forze dell’ordine, volontari accorsi da tutta Italia, e giornalisti, tantissimi giornalisti rendevano l’atmosfera surreale. Camminare fra le macerie di quelle strade e case a meno di 24 ore dal sisma è un esercizio che mi piacerebbe consigliare a chiunque dia per scontato tutto ciò che ha, e lo so che sembra una frase fatta e forse anche un po’ retorica, ma poi ti trovi a guardare quei resti di vita normale che è anche la vita normale di ognuno di noi e te ne fotti della retorica. Meno di 24 ore, e ti devi ritenere fortunato se hai perso “solo” la casa, o la bottega. Era solo ieri.

Ho incontrato una sola persona di Amatrice nelle poche ore che ho passato lì, infermiera pensierosa e inutile. La signora della villetta quasi indenne accanto alla nostra tenda ha voluto prepararci il caffè, e ci ha accolto nel suo giardino curato. È stata premurosa e gentile come solo le madri o le nonne sanno essere, e mentre eravamo con lei ho capito che aveva anche più volte aperto il proprio bagno ad una giovane giornalista che la ringraziava per questo (noi eravamo andati fra i cespugli, durante la notte). Ci ha versato il caffè, con calma, lo sguardo asciutto, poi ci ha salutato  ed è andata a riconoscere il suo nipotino, fra i molti altri bambini morti per il terremoto. Siamo stati i suoi pochi, preziosi, ultimi minuti di normalità, e forse farci offrire quel caffè è l’unica cosa utile che mi è sembrato di aver fatto ad Amatrice.

  Benvenuto David, figlio del mondo!


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Benvenuto piccolino,  è tanto che non scrivo e tanto avrei avuto da dire, ma non ho detto, in questo 2015 di rivoluzione per questa infermiera di strada. Ne parlerò ma non ora, oggi ci sei tu.

Sei nato in mezzo al fango e al buio nell’ ippodromo dismesso di Tor di Valle, sottotevere, in mezzo al nulla, alle 4 di notte e hai fatto tutto da solo.

Per te si sono mossi i viglilantes dell’ippodromo, i vigili urbani, i carabinieri, la polizia, due ambulanze, la mia automedica.

Per te si sono impantanate un’ambulanza e una macchina della polizia, ah sì! Per te sono arrivati quando ancora era buio anche due carro attrezzi.

Scrivo di te e ti mostro al mondo, col permesso della tua giovane mamma per molti motivi.

Perché ieri un amico ci raccontava di quanto sia difficile non vacillare di fronte alle continue notizie di morte e terrore che arrivano da ogni parte del mondo. Non vacillare Andrea! È nato David!

Perché in questi giorni ci tocca combattere contro l’ipocrisia che vuole un’Italia medioevale, in cui si vorrebbe distinguere tra amore e amore, fra famiglia e famiglia. C’è un solo amore e ci sono tante famiglie di tutti i sessi e di tutti i colori. È nato David!

Perché quando nel mio lavoro ci troviamo a cercare di aiutare a vivere pazienti come te la notte non stanca più, tutti lavorano meglio di sempre, insieme, nel fango e poi in ospedale, noi ci siamo per la vita! Di tutti. Ovunque.

Perché è festeggiare col caffè e i cornetti caldi e condividere nel freddo questo meritato risultato, che sei tu, che è la tua mamma commossa, che è la gioia di un lavoro ritrovato che mi fa ancora piangere e ancora ridere, come sempre.

Ps: a un certo punto ho soffiato su di te un po’ di alito caldo per non farti raffreddare in questa gelida notte. Un po’ bue, un po’ asinello, non so, non sono credente,io. Ma va bene così. Benvenuto!