Vorrei non parlare di suicidio 



Io non so davvero come fate a parlare tutti della storia del ragazzino suicida di Lavagna. E prima del ragazzo friulano. Voi non immaginate che pericolo fate correre a chi è a rischio suicidario. Il suicidio è a fortissimo rischio emulazione (effetto Werther, studiato, accertato fin da quando uscì il libro di Goethe, che i giovani innamorati suicidi facevano trovare vicino al proprio corpo, da cui il nome). In paesi più civili del nostro la stampa, i giornalisti in genere quando pubblicano di un suicidio sono tenuti a pubblicare contestualmente una notizia positiva (anche il riuscire a venir fuori da una crisi è qualcosa che tendiamo ad emulare, l’effetto si chiama Papageno e viene dal nome di un personaggio del Flauto Magico) e a non indulgere in particolari come il metodo utilizzato per morire. Al mondo ogni 40 secondi una persona muore di suicidio, e per ognuna di queste persone ce ne sono 20 che tentano di farlo. 800.000 morti l’anno. Seconda causa di morte dopo i traumi accidentali nella fascia di età 15-29. Smettetela, smettiamola. Pensateci. Leggete i dati sulla pagina sul suicidio dell’Oms, informatevi di quale fenomeno enorme è questo. Per favore. Ps: ogni volta che intervengo in un caso di suicidio o tentato suicidio vorrei scrivere, e ogni volta rimando, ma nella mia testa e nei miei occhi ho le facce, i brandelli di storie, i biglietti, le case di tutti questi pazienti che sono loro, ma sarei potuta essere io, chiunque di noi. È difficile. Ci vuole pudore.

I sommersi e i salvati, soccorrere


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Mi impadronisco del titolo di un grande libro di Primo Levi, alla vigilia del Giorno della Memoria, che ricorre ogni anno a ricordarci il giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, il più grande salvamento della storia del ‘900.

In verità però rubo il titolo per parlare del soccorrere, di quanto negli ultimi giorni di cronaca italiana questa parola sia ricorsa nelle notizie. Il terremoto ci squassa dal 24 agosto scorso, prima Amatrice, poi Marche, Umbria, ancora Lazio e Abruzzo. Ora ci si è messa pure la neve, la valanga.

I colleghi soccorritori hanno superato ogni limite di capacità, ingegno nel superamento degli imprevisti, speranza nella resistenza delle vittime, umanità (Vai Chicco dice il Vigile del fuoco, a dimostrazione che viene sempre prima il soccorso, la vittima, che la meritata gioia e orgoglio).  Per 5 minuti l’Italia parla solo di questi eroi dagli stipendi troppo bassi, i mezzi scarsi, abbiamo già sentito questi discorsi in altre occasioni.

Pochi giorni dopo cade un elicottero del 118 Abruzzese, quindi le vittime sono non solo tecnici elicotteristi e sanitari più paziente, c’è sempre pure il soccorso alpino in elicottero in Abruzzo. Sei vittime. Qualcuno sul web si chiede se valga la pena, visto che quello era solo uno sciatore con tibia e perone rotti ed era stato imprudente ad andare a sciare in una giornata di meteo avverso. Soccorritori ancora eroi, vittima un po’ meno, insomma. Ricordo ai miei colleghi che il paziente è il paziente. Non si sceglie e uno vale uno, sciatore imprudente, malato di cancro, bambino, ubriacone.

A Venezia il giorno dopo un ragazzo profugo Gambiano si butta per uccidersi nel Canal grande, davanti a centinaia di persone, nonostante il Canale di Sicilia lo avesse visto salvo, a guadagnarsi la vita qui dove stiamo bene. Soccorritori: non pervenuti. Vittima: salutata durante la morte dal grido Neghite Negro Africa!            Notizie: non so, non ci sono riuscita a leggere i commenti nè a vedere il video fatto da un uomo che filma un uomo morire e non fa niente, anzi un po’ si compiace per le visualizzazioni su YouTube.

C’è qualcosa che non torna.

Piccola storia ignobile della domenica notte

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Repost per #nonunadimeno #25novembre, anche se in strada incontro la violenza di genere non solo quando trovo una donna picchiata.

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Piccolo imbecille che alzi le mani,
Misero come la miseria quando le sbatti la faccia contro la ringhiera delle scale di ferro.
Inutile impotente che usi le ginocchia sulla schiena di lei, e i calci sulla pancia dove c’è tuo figlio.
Non lo saprai mai che c’era tuo figlio lì dentro, ed è giusto così.
Inutile fare altre vittime.
(A tutte le M. cui la pochezza violenta del proprio uomo fa decidere di abortire. Ci sarà certamente qualche saccente per la vita che vi giudicherà per questo. Siete più violenti di chi maltratta, meritate lo stesso ribrezzo)

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La merda, le lacrime, l’alba


Quanto è eroico il nostro lavoro, ce lo dicono tutti. Davvero salvate le vite, fate ripartire il cuore, interrompete l’emorragia che porterebbe in pochi minuti alla morte? Esatto. E ci sporchiamo di merda, ma non lo diciamo, suona peggio. A volte ho pensato che se solo avessi detto a mio marito o a un mio amante che cosa aveva portato via l’acqua della doccia prima di abbracciarlo, forse quel l’abbraccio, quei baci sarebbero stati meno convinti, più cauti. Siamo tutt’uno col paziente, merda, lacrime e sangue. 

In notti che sembrano non finire mai, con i soccorsi interrotti solo da pochi minuti di sonno senza toglierci neanche le scarpe, condividiamo i momenti più difficili di un uomo, ed è vero che l’importante è uscirne vivi, ma quanta tristezza e umiliazione, e non solo paura di morire, c’è nella lacrima che riga la guancia di un uomo di 90 anni in salvo in ospedale dopo essere stato inerme nella propria merda? Quando i suoi familiari stessi sono paralizzati dal cattivo odore e dallo sporco ho sempre provato un grande orgoglio nel ridare pulito e dignità oltre che vita. Quello che forse era un professore o un dirigente temuto, quello splendore di ragazza fuori da una discoteca all’ Ostiense, bella da concorso di bellezza con i vestiti da aperitivo e i capelli di seta imbrattati di diarrea, uno sbaffo marrone sulla guancia sotto il rimmel disciolto dalle lacrime di rabbia. 

Stamani a questo pensavo mentre rientravo in postazione   dopo il soccorso all’alba, mi ci ha fatto pensare il barelliere quando mi ha ricordato un altro soccorso “marrone” in cui eravamo insieme. All’orizzonte mentre sui ruderi dell’Appia antica il cielo si faceva rosa e la luna calava, dalla radio in macchina ci avvolgeva Save a prayer to the morning after (ma come fa la radio a sapere?), una lacrima mi rigava la guancia e il mio rimmel si scioglieva come quello della mia dottoressa che cantava pure lei. Buonanotte e buongiorno a noi e ai nostri pazienti, compagni di merda e lacrime. Vado a dormire.

Il dito e la luna in pronto soccorso 


Morire di cancro in pronto soccorso (ANSA)

Il padre di un giornalista, il Signor Cairoli ha passato le sue ultime 56 ore di vita nella bolgia infernale dei Codici Verdi del Dea del San Camillo; il figlio scrive alla ministra Lorenzin una lettera in cui denuncia l’inadeguatezza e lo squallore che ha condiviso col padre in mezzo alle barelle parcheggiate in ps, fra personale distratto, totale mancanza di privacy e pazienti di ogni specie.

Il pronto soccorso non è un posto per i malati di cancro terminali, e neanche per i malati di cancro in qualsiasi fase della malattia essi si trovino. Se durante (e a causa de) i trattamenti i pazienti sono spesso immunodepressi e quindi certamente da proteggere dalla folla del pronto soccorso, in fase terminale il bisogno di cure palliative cozza completamente con il concetto di emergenza che dovrebbe essere proprio di questo reparto.

L’indignazione a fronte della lettera accorata del figlio è il sentimento che tutti proviamo, da persone che hanno o hanno avuto persone care malate, da infermieri e medici che combattono ogni giorno, da italiani che vedono sprofondare la seconda migliore sanità del mondo nel baratro delle classifiche internazionali, da ministro della salute che…no.

Mi sento di dire che la ministra non può permettersi in alcun modo l’indignazione e anzi forse un po’ malignamente mi sento di asserire che strumentalizzare questa lettera le fa anche gioco per scaricare colpe, sull’ospedale, sugli operatori, magari anche per allontanare il ricordo delle ultime maldestre mosse del suo dicastero (leggi: la pessima campagna #fertilityday).

La ministra non può indignarsi perché la situazione disperata in cui si lavora al pronto soccorso del San Camillo riempie da anni le cronache dei giornali di questa città e lei stessa la conosce bene. Gli operatori che hanno denunciato l’impossibilità di lavorare con mezzi tanto scarsi a fronte di flussi di pazienti enormi, che hanno lavorato a volte sui materassini stesi in terra sono stati, nella migliore delle ipotesi ignorati, nella peggiore tacciati di aver fatto foto, diciamo, “caricate” per attirare l’attenzione.

L’attenzione della ministra ai pronto soccorso di questo paese è sempre proporzionale alla  spendibilità politica dei suoi inutili blitz. Lasci l’indignazione a noi tutti, figli, lavoratori, italiani.

Ps: Cambiando il nome dell’ospedale il prodotto non cambia, ci sono eroi nelle corsie di ogni ospedale, conoscerete sempre solo un centesimo degli sforzi che tutti i giorni tutti noi compiamo per dare dignità e valore agli ultimi respiri di un uomo, e spesso questo centesimo sembrerà dimostrare proprio  il contrario.