Pensieri di una soccorritrice inutile


Mentre il 24 agosto la terra tremava solo a pochi chilometri da quella dei miei nonni e mia, mi trovavo a Roma e facevo la notte. Quella successiva la passavo sotto una tenda alla periferia di Amatrice, condividendo con la sua gente almeno il freddo (già pungente ad agosto, 5° C) e qualche brutta scossa di assestamento. Non c’era già quasi più niente da fare per noi soccorritori, i feriti erano stati portati via nelle primissime ore, e come mi diceva un vigile del fuoco arrivato da Pisa, molto difficilmente ce ne sarebbero stati altri da soccorrere, con quel tipo di pietra friabile. Aveva ragione, purtroppo. Sulle strade in parte squarciate da crepe profonde solo ruspe e vigili del fuoco, unità cinofile, militari, forze dell’ordine, volontari accorsi da tutta Italia, e giornalisti, tantissimi giornalisti rendevano l’atmosfera surreale. Camminare fra le macerie di quelle strade e case a meno di 24 ore dal sisma è un esercizio che mi piacerebbe consigliare a chiunque dia per scontato tutto ciò che ha, e lo so che sembra una frase fatta e forse anche un po’ retorica, ma poi ti trovi a guardare quei resti di vita normale che è anche la vita normale di ognuno di noi e te ne fotti della retorica. Meno di 24 ore, e ti devi ritenere fortunato se hai perso “solo” la casa, o la bottega. Era solo ieri.

Ho incontrato una sola persona di Amatrice nelle poche ore che ho passato lì, infermiera pensierosa e inutile. La signora della villetta quasi indenne accanto alla nostra tenda ha voluto prepararci il caffè, e ci ha accolto nel suo giardino curato. È stata premurosa e gentile come solo le madri o le nonne sanno essere, e mentre eravamo con lei ho capito che aveva anche più volte aperto il proprio bagno ad una giovane giornalista che la ringraziava per questo (noi eravamo andati fra i cespugli, durante la notte). Ci ha versato il caffè, con calma, lo sguardo asciutto, poi ci ha salutato  ed è andata a riconoscere il suo nipotino, fra i molti altri bambini morti per il terremoto. Siamo stati i suoi pochi, preziosi, ultimi minuti di normalità, e forse farci offrire quel caffè è l’unica cosa utile che mi è sembrato di aver fatto ad Amatrice.

  Benvenuto David, figlio del mondo!


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Benvenuto piccolino,  è tanto che non scrivo e tanto avrei avuto da dire, ma non ho detto, in questo 2015 di rivoluzione per questa infermiera di strada. Ne parlerò ma non ora, oggi ci sei tu.

Sei nato in mezzo al fango e al buio nell’ ippodromo dismesso di Tor di Valle, sottotevere, in mezzo al nulla, alle 4 di notte e hai fatto tutto da solo.

Per te si sono mossi i viglilantes dell’ippodromo, i vigili urbani, i carabinieri, la polizia, due ambulanze, la mia automedica.

Per te si sono impantanate un’ambulanza e una macchina della polizia, ah sì! Per te sono arrivati quando ancora era buio anche due carro attrezzi.

Scrivo di te e ti mostro al mondo, col permesso della tua giovane mamma per molti motivi.

Perché ieri un amico ci raccontava di quanto sia difficile non vacillare di fronte alle continue notizie di morte e terrore che arrivano da ogni parte del mondo. Non vacillare Andrea! È nato David!

Perché in questi giorni ci tocca combattere contro l’ipocrisia che vuole un’Italia medioevale, in cui si vorrebbe distinguere tra amore e amore, fra famiglia e famiglia. C’è un solo amore e ci sono tante famiglie di tutti i sessi e di tutti i colori. È nato David!

Perché quando nel mio lavoro ci troviamo a cercare di aiutare a vivere pazienti come te la notte non stanca più, tutti lavorano meglio di sempre, insieme, nel fango e poi in ospedale, noi ci siamo per la vita! Di tutti. Ovunque.

Perché è festeggiare col caffè e i cornetti caldi e condividere nel freddo questo meritato risultato, che sei tu, che è la tua mamma commossa, che è la gioia di un lavoro ritrovato che mi fa ancora piangere e ancora ridere, come sempre.

Ps: a un certo punto ho soffiato su di te un po’ di alito caldo per non farti raffreddare in questa gelida notte. Un po’ bue, un po’ asinello, non so, non sono credente,io. Ma va bene così. Benvenuto!

Buon Natale!


È il solstizio d’inverno e si sta in maglietta!
È domenica e ho fatto le ore piccole, ma lavoro dalle 7 di stamani!
Il collega ha telefonato perché è malato e mi fermo per lavorare fino a stasera al suo posto!
Buon natale!
Sul piazzale ci sono 5 ambulanze del millennio scorso perché quelle “nuove” sono tutte rotte, ma davanti alla direzione siamo pieni di Suv nuovi nuovi!
Ho fatto una piccola battaglia personale perché sulle ambulanze avevamo stradari del 2011 tutti strappati e ho ottenuto che ci dessero dei vecchi Tom Tom che tenevano chiusi nell’armadio da anni perché se no “se li rubbano”!
Buon Natale!
La caposala ci ha chiesto un euro per uno per comprare i nuovi stradari!
Buon Natale, Buon Natale!
Voglio recitare la mia poesia sulla sedia, come da bambina, ma su quella della sala Triage dell’ospedale, dove bloccano le barelle un giorno sì e l’altro pure!
Buon Natale! Eravamo 75 in questa postazione, ora siamo 36 e se ti lamenti ti cercano un posticino dove lamentarti davanti a un nuovo pubblico!
Buon Natale!
Ho tenuto stretto a lungo fra le braccia un giovane uomo cui era appena morto il padre senza che potessimo salvarlo, mentre singhiozzava non sapendo come fare a dirlo alla madre malata di SLA attaccata al respiratore.
Buon Natale a lui, e tutto quello che ho scritto sopra non conta più.
Auguri

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Con le mani


IMG_5450.JPG La cronaca dovrebbe impormi di parlare di Ebola. Io ho avuto un pomeriggio difficile al lavoro e vorrei parlare di carezze, invece. Non proprio invece, perché c’entra pure Ebola, sì. C’entra perché vedere le foto dei miei colleghi bardati per assistere i pazienti mi ha ricordato il breve periodo passato in terapia intensiva post trapianto del midollo dove, seppur lievemente meno “vestita” lavoravo più o meno conciata a quel modo. Nulla di paragonabile alla grande fatica fisica e mentale che devono affrontare i miei colleghi: io lavoravo in un reparto a temperatura controllata e i miei errori nella vestizione o nel lavaggio delle mani li potevano pagare solo i pazienti, i miei colleghi che assistono i malati di Ebola in Africa occidentale lavorano anche a 55 C° nello scafandro, con poca acqua corrente e gli errori li pagano ammalandosi e spesso morendo. Eppure mi sono ricordata di quando bardata dai piedi fino a sopra i capelli non riuscivo a rompere quel filtro che permette ad un infermiere di avvicinarsi davvero al paziente e di curare anche solo con lo sguardo o le mani.
In ambulanza, nell’emergenza in genere le mani devono essere pronte, abili, a volte forti. Bisogna afferrare i pazienti per estrarli dalle auto dopo gli incidenti, bisogna massaggiare i cuori che si fermano possibilmente senza rompere le costole, bisogna infilare aghi mentre gli ammortizzatori dell’ambulanza e i sanpietrini di Roma ti sono contro (tre su tre al primo tentativo, e in corsa, ieri, brava, grazie, lo so). Carezzare i pazienti in emergenza sembra l’ultima delle necessità e di questi tempi anche il primo dei rischi, e poi dai, in quella manciata di minuti che stai col paziente che pensi di fare con le carezze? Tralasciando i bambini, la cui necessità di essere carezzati arriva ad essere vitale (i bambini non toccati muoiono, anche se nutriti e accuditi), io devo rassicurare i miei pazienti e consolarli, lo devo fare in pochissimo tempo, lo devo fare con gli occhi, con le parole, ma lo faccio soprattutto con le mani.
Ieri un vecchietto ha passato il viaggio in ambulanza a sorridermi, mi ha detto parole bellissime, non posso dimenticare i suoi occhietti che mi fissavano mentre mi cercava la mano, accarezzare la sua testa ha fatto bene pure a me.
Non avrei potuto fare a meno di accarezzare il sanguinante paziente successivo, che mi ha detto guardandomi fisso “io muoio”, gli ho detto no, non ora, non con me, stai già meglio. Sapevo che aveva ragione ma a volte si deve mentire e cullare. Ho mentito e cullato mia madre mentre moriva 6 anni fa oggi. Non ho chiamato il medico. Ho preferito accompagnarla per sempre. Con le mani.