Con le mani


IMG_5450.JPG La cronaca dovrebbe impormi di parlare di Ebola. Io ho avuto un pomeriggio difficile al lavoro e vorrei parlare di carezze, invece. Non proprio invece, perché c’entra pure Ebola, sì. C’entra perché vedere le foto dei miei colleghi bardati per assistere i pazienti mi ha ricordato il breve periodo passato in terapia intensiva post trapianto del midollo dove, seppur lievemente meno “vestita” lavoravo più o meno conciata a quel modo. Nulla di paragonabile alla grande fatica fisica e mentale che devono affrontare i miei colleghi: io lavoravo in un reparto a temperatura controllata e i miei errori nella vestizione o nel lavaggio delle mani li potevano pagare solo i pazienti, i miei colleghi che assistono i malati di Ebola in Africa occidentale lavorano anche a 55 C° nello scafandro, con poca acqua corrente e gli errori li pagano ammalandosi e spesso morendo. Eppure mi sono ricordata di quando bardata dai piedi fino a sopra i capelli non riuscivo a rompere quel filtro che permette ad un infermiere di avvicinarsi davvero al paziente e di curare anche solo con lo sguardo o le mani.
In ambulanza, nell’emergenza in genere le mani devono essere pronte, abili, a volte forti. Bisogna afferrare i pazienti per estrarli dalle auto dopo gli incidenti, bisogna massaggiare i cuori che si fermano possibilmente senza rompere le costole, bisogna infilare aghi mentre gli ammortizzatori dell’ambulanza e i sanpietrini di Roma ti sono contro (tre su tre al primo tentativo, e in corsa, ieri, brava, grazie, lo so). Carezzare i pazienti in emergenza sembra l’ultima delle necessità e di questi tempi anche il primo dei rischi, e poi dai, in quella manciata di minuti che stai col paziente che pensi di fare con le carezze? Tralasciando i bambini, la cui necessità di essere carezzati arriva ad essere vitale (i bambini non toccati muoiono, anche se nutriti e accuditi), io devo rassicurare i miei pazienti e consolarli, lo devo fare in pochissimo tempo, lo devo fare con gli occhi, con le parole, ma lo faccio soprattutto con le mani.
Ieri un vecchietto ha passato il viaggio in ambulanza a sorridermi, mi ha detto parole bellissime, non posso dimenticare i suoi occhietti che mi fissavano mentre mi cercava la mano, accarezzare la sua testa ha fatto bene pure a me.
Non avrei potuto fare a meno di accarezzare il sanguinante paziente successivo, che mi ha detto guardandomi fisso “io muoio”, gli ho detto no, non ora, non con me, stai già meglio. Sapevo che aveva ragione ma a volte si deve mentire e cullare. Ho mentito e cullato mia madre mentre moriva 6 anni fa oggi. Non ho chiamato il medico. Ho preferito accompagnarla per sempre. Con le mani.

La legge dell’eterno ritorno e le ambulanze in panne


Ovvero: ritrovarsi a lavorare con un’ambulanza dismessa da anni (te la ricordi? La gloriosa xxx, quanti soccorsi , quanto tempo), che sostituisce un’altra ambulanza dismessa da anni che si era piantata senza più ripartire, che sostituiva un’altra ambulanza dismessa da anni(che di era fermata qualche giorno fa), che sostituiva la yyy che ha pochi anni ma non ha mai funzionato a dovere. Sorge un sospetto: il 118 ce l’ha i soldi per le riparazioni? Perché le macchine che vanno in officina non tornano più? Perché le innumerevoli “onlus” (ah ah ah!) spuntate come funghi negli ultimi anni hanno ambulanze nuove di zecca? Buongiorno, buon lunedì, buona vita.

Pasqua nei cuori (Colazione di Pasqua)


Auguri a chi ci crede oppure no, ai pazienti e ai parenti, ma soprattutto al camperista che stamani ha occupato il cancello carrabile dell’ RSA in cui sono andata a prendere la signora Ida, avremo pur dovuto fare il giro più lungo, ma la risata che ci ha fatto fare quando ha aperto la porta e si è mostrato ancora con i calzoni alle ginocchia dopo aver abbandonato suo malgrado le sue due partner nel letto del camper ci ripaga di tutto! Viva la vita, viva l’amore e la resurrezione qualunque essa sia :)

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Volete capire cosa sta succedendo al 118 (e alla sanità in Italia)?

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Eccomi qua, appena montata in servizio il collega che mi da il cambio mi dice: vai al ps del San Camillo, la barella è bloccata lì. Quando arrivo trovo molte altre ambulanze qua ferme oltre alla mia. Sono tutte private, sei su sette lo sono. Sotto i nostri occhi e se scrivo è perché vi accorgiate che questo accade anche sotto i vostri, quella che pochissimi anni fa era definita la seconda o terza migliore sanità del mondo si è trasformata in quello che questa foto dimostra chiaramente. Una mucca da mungere, un limone da spremere per foraggiare il privato di turno. Tutti noi paghiamo per farci spolpare. Noi forse serviamo a questo e non dico solo noi contribuenti, anche noi quando ci ammaliamo anzi forse è bene che ci ammaliamo, sempre di più.