Quando succede ad uno di noi, di sentirsi male, o di ammalarsi, o quando ci ritroviamo al funerale di un collega che dopo 40 anni di contributi e turni massacranti campa due anni in pensione e poi muore, scende una cappa d’incredulita sulle nostre facce, sulle nostre spalle. Ci guardiamo di sguincio, e continuiamo a fare soccorsi, a preparare da mangiare per affrontare un doppio turno, a pianificare nuovi straordinari per il giorno o la settimana dopo. Io lo so. Loro lo sanno. Ci diciamo: ma M. faceva troppi straordinari, fumava troppo, non dormiva, mangiava male… M. faceva più o meno la vita che facciamo tutti noi. Solo questa è la verità. Ci tiriamo fuori, invece di sfruttare questo memento mori. Magari ci pensiamo. Per due giorni avremo più voglia di mangiare, di divertirci, di fare l’amore; rifiuteremo lo straordinario in più, saremo più uniti. E poi ricominceremo come sempre.
Dedicato a Mario.
Rimane nome
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Il mio paziente ha rifiutato il nostro soccorso ed il trasporto in ospedale. Lo può fare, il diritto al rifiuto delle cure è sancito niente meno che dalla Costituzione della repubblica italiana ed è sacrosanto. La Costituzione prevede il rifiuto alle cure a meno che non costituisca un pericolo per il paziente o per gli altri, e pure questo è sacrosanto. Lo ripeto come un disco rotto a quanti quasi ogni giorno pretenderebbero che trascinassi in ospedale vecchietti recalcitranti, adolescenti riottosi, clochard innocui ma votati all’autodistruzione via fiumi di vino da 40 centesimi al litro. Basta che il paziente mi firmi la scheda che così recita: “edotto dei rischi in cui può incorrere rifiuta il soccorso” e io me ne vado. Ieri il mio paziente ha rifiutato così, rimanendo nome. Rimanendo nome: non è geniale?
Poesia
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Incontri
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Giorno di maiale a Via Candoni
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Via Candoni, Roma. Campo nomadi. È il giorno della macellazione del maiale. Ogni due o tre baracche gli uomini stanno lavorando i maiali appena uccisi. Ce ne sono alcuni ancora vivi, tenuti buoni da una parte. I maiali intuiscono il momento della fine, si agiterebbero. Con l’ambulanza giriamo fra i vialetti cercando la donna che dobbiamo portare in ospedale a partorire. Bambini e donne sono ovunque, è una festa nonostante le lunghe scie di sangue per terra. Non è molto diverso dal ricordo di quando bambina in campagna guardavo i miei nonni che lavoravano il maiale, a Natale. Oggi volevo fotografare il lavoro dei nomadi, ma mi hanno detto che portava male fotografare il maiale. C’era una bambina molto bella con una croce di sangue di maiale sulla fronte. Sua madre mi ha detto che porta fortuna.



